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432hz: Abhyāsa e Vairāgya: i due pilastri della pratica

Buon anno nuovo! Come stai? Come ti senti con un nuovo anno completamente nuovo davanti a te? Io, mentre ti scrivo, penso a quanto gennaio sia pieno di energie contraddittorie. Da una parte c'è questa

·7 min di lettura

Buon anno nuovo!
_Come stai? Come ti senti con un nuovo anno completamente nuovo davanti a te?
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Io, mentre ti scrivo, penso a quanto gennaio sia pieno di energie contraddittorie.

Da una parte c’è questa voglia collettiva di cambiare tutto, di diventare la versione 2.0 di noi stessi. Nuove abitudini, nuovi obiettivi, nuova vita.

Dall’altra c’è il peso di tutte le volte che ci siamo promessi qualcosa a gennaio e poi, a febbraio, tutto era già dimenticato.

_Ma cosa succederebbe se smettessimo di pensare a gennaio come al mese dei grandi propositi, e iniziassimo a vederlo come il mese dell’equilibrio?
_
Non quello fragile, che crolla al primo imprevisto.
Ma quello profondo, autentico, che tiene insieme impegno e accettazione.

Ci sono momenti nella vita (come l’arrivo del nuovo anno) in cui sentiamo particolarmente forte il desiderio di voler cambiare qualcosa – nel lavoro, nella pratica di yoga, nelle relazioni. Vogliamo una trasformazione e cerchiamo risultati concreti.

E quindi ci diamo da fare, ci impegni seriamente, con disciplina, con attenzione.

Ma in mezzo a tutto questo impegno, spesso rischiamo di perdere la nostra calma mentale. La nostra stabilità interiore. A volte fino ad arrivare all’esaurimento.

E questo succede perché non consideriamo quasi mai l’altro piatto della bilancia: **l’accettazione e il lasciare andare.
**
Ma prima di continuare, lascia che ti spieghi il significato di questo nome così particolare!

Sappi che tutto vibra e ha origine da una vibrazione e questo succede perché tutto è energia: l’intero universo è fatto di energia e nulla al suo interno fa eccezione.

Tra le infinite frequenze, prendiamo nello specifico la frequenza 432 Hz: è quella a cui vibra il nostro pianeta e che ci permette di entrare in risonanza con il suo cuore, con la natura e gli elementi (non è un caso che la musica a 432 Hz sia perfetta per attività come la meditazione, la visualizzazione e la pratica in generale!).

Noi umani siamo parte della natura e ne beneficiamo sia fisicamente che spiritualmente quando siamo strettamente connessi con essa; ecco perché entrare in risonanza con questa frequenza porta più armonia ed equilibrio nella vita.

Ma torniamo al nostro tema…

Nella newsletter di oggi voglio parlarti di due principi fondamentali della filosofia yogica che possono cambiare il modo di affrontare la pratica di yoga, ma anche la vita (e non solo l’anno nuovo).

Li troviamo negli Yoga Sutra di Patanjali, nella Bhagavad Gita, in molti testi antichi. Eppure sono incredibilmente attuali, potenti, applicabili alla vita di tutti.

Si chiamano abhyāsa e vairāgya.
**Disciplina e distacco.
**
Sono come i due piatti di una bilancia: servono entrambi.
Solo con una parte una bilancia non funziona.

Approfondiamoli meglio.

ABHYĀSA: LA PRATICA COSTANTE (NON PERFETTA)

Abhyāsa significa sviluppare una pratica costante, sostenibile, duratura nel tempo.
Non si tratta di iniziare in grande, magari solo con una pratica impegnativa e lunga, e poi dimenticarsene. Si tratta di fare piccoli passi, ripetuti, ogni giorno.

Pensa a uno scultore davanti a un blocco di marmo. Non dà un colpo solo e crea il capolavoro. Dà mille piccoli colpi, ogni giorno. Toglie un pezzetto qui, leviga un angolo là. E un giorno, quella statua emerge. Non all’improvviso. Ma perché ogni piccolo gesto si è sommato.

E nel lungo periodo, arriverai a uno stato diverso, cambiato.

Questo approccio — fare le cose anche in modo semplice e non troppo lungo, ma con costanza e continuità nel tempo — è quello che porta davvero risultati.

Lo avevano già intuito gli antichi yogi e oggi lo conferma anche la neuroscienza moderna, attraverso lo studio del cervello umano e dei meccanismi con cui costruiamo nuove abitudini.

Il mio consiglio, soprattutto se fai fatica a ritagliarti un’ora al giorno per srotolare il tappetino (o per qualunque attività che ti nutre, come scrivere sul diario, meditare o camminare nella natura), è di iniziare da poco, scegliendo momenti brevi ma ripetuti con continuità.

Prova a smettere di pensare in termini di “tanto o niente” e dare valore anche a ciò che è piccolo, se fatto con presenza e continuità.

Per andare in questa direzione, un primo passo davvero utile può essere osservare dove puoi recuperare quel tempo che ti permetta di essere costante.

Se ti fermi a guardare quante cose riempiono le tue giornate senza nutrirti davvero — scrollare sui social, perderti nelle notizie, prendere in mano il telefono senza un vero motivo — scoprirai che ce ne sono molte. (È normale, nemmeno io sono esclusa.)

Senza rigidità, però: la disciplina e la regolarità funzionano davvero solo quando sono accompagnate da gentilezza e flessibilità, perché la vita succede.

Gli imprevisti fanno parte del percorso, soprattutto se non viviamo da soli, isolati in una grotta, e possono arrivare in qualsiasi momento.

Quindi, può capitare che tu riesca a creare un tuo flow, un ritmo equilibrato e sostenibile, e poi succeda qualcosa di più grande che ti costringe a interrompere la pratica. Può essere qualcosa di bello, come un viaggio o una vacanza, oppure qualcosa di più difficile, come una malattia o un problema familiare. Le possibilità sono infinite.

Ed è proprio quando la pausa si allunga che spesso diventa difficile tornare. A quel punto iniziano le autocritiche e un pesante dialogo interno.

“Ormai ho perso il ritmo.” “Tanto valeva non iniziare.” “Sono sempre la solita che molla tutto.”

Ti invito quindi a mettere in conto che, prima o poi, una pausa ci sarà. E a decidere fin da subito che, quando accadrà, tornerai. Con resilienza, ma anche con gentilezza.

Non serve la perfezione. Serve la costanza imperfetta.

VAIRĀGYA: L’ARTE DEL DISTACCO (CHE NON SIGNIFICA FREGARSENE)

Ora guardiamo l’altro piatto della bilancia: vairāgya, che letteralmente significa distacco, o non attaccamento.

Distacco da cosa?
Dal risultato, dai “frutti” della nostra pratica.

Questo tema è espresso con grande chiarezza anche nella Bhagavad Gita, quando Krishna insegna ad Arjuna che il nostro compito è essere presenti e costanti nell’azione, ma senza aggrapparci all’esito.

Agisci, fai il passo che ti è possibile fare, ma lascia andare il bisogno di controllare dove porterà. Perché ciò che nasce da quell’azione non dipende solo da te: entra in gioco il karma, la vita, l’universo, molte altre forze insieme.

L’unica cosa che ci è davvero richiesta è fare quelle azioni che sentiamo e sappiamo di dover fare.

Tutto il resto è un esercizio di distacco, un imparare a lasciare andare.

Ci sono molte cose che possiamo scegliere di abbandonare proprio grazie alla pratica, e per il bene della pratica stessa. Una di queste è il controllo.
Forse anche tu senti spesso il bisogno di tenere tutto sotto controllo: avere una visione completa di ciò che succede, nel lavoro, nella famiglia, nelle mille cose della vita quotidiana.

Per la maggior parte di noi questo controllo nasce come un meccanismo di autodifesa, qualcosa che abbiamo sviluppato nel tempo per sentirci al sicuro nel mondo.

Ma molto spesso è proprio questa abitudine a controllare tutto che finisce per metterci un peso eccessivo sulle spalle.

Sovraccarica il sistema nervoso, ci ruba tempo ed energia, e diventa una strada scivolosa verso la stanchezza profonda, l’esaurimento, e anche diversi disagi fisici e mentali.

Per questo, nella pratica (e nella vita) dovremmo iniziare a fare spazio, si da subito, lasciando andare un po’ di controllo.

E poi c’è l’autocritica, spesso legata all’attaccamento alla perfezione.

Se ti riconosci, sappi che sei in buona compagnia: siamo in tanti a stare imparando, passo dopo passo, a uscire dal perfezionismo.

Vairāgya, il principio del distacco, ci invita a lasciare andare l’idea che tutto debba essere perfetto e a riconoscere il valore dell’“abbastanza bene”.

Nella maggior parte dei casi, è più che sufficiente.

Quando iniziamo ad allentare quella voce interiore critica, non solo otteniamo risultati migliori, ma sperimentiamo anche più benessere, più leggerezza e, spesso, più felicità.

Io mi fermo qui, ma spero davvero che questa newsletter ti sia piaciuta e che ogni riflessione fatta nelle righe precedenti possa accompagnare questo anno nuovo al meglio.

Ma prima di salutarti, come sempre, ecco il nostro mantra del mese:

“Mi impegno con costanza, mi impegno con fiducia”.

Prima di lasciare questa pagina scopri cosa hai imparato da questa newsletter, clicca qui per un breve quiz: https://yogaacademy.it/quiz-del-mese-abhyasa-e-vairagya-i-due-pilastri-della-pratica/

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