432 Hz – Cosa emerge quando smetti di riempire
Ciao e buon inizio di agosto. come stai? Questo mese dell’anno ha un modo tutto suo di cambiare il ritmo delle cose. Le città si svuotano, le giornate sembrano più lente, il caldo rallenta persino il

Ciao e buon inizio di agosto.
_come stai?
_
Questo mese dell’anno ha un modo tutto suo di cambiare il ritmo delle cose.
Le città si svuotano, le giornate sembrano più lente, il caldo rallenta persino il nostro passo e, almeno in teoria, c’è finalmente un po’ più di spazio e tempo per se stessi.
Per riposare. Per respirare. Per non dover correre subito verso la cosa successiva.
Eppure, ogni anno, mi accorgo di un piccolo paradosso (che vivo anche io! 😅).
Desideriamo rallentare per mesi e poi, proprio quando finalmente il ritmo si abbassa davvero e quello spazio arriva, non sappiamo bene cosa farcene e facciamo di tutto per riempirlo.
Scrolliamo, leggiamo, ascoltiamo, facciamo.
Programmi, spostamenti, cose da vedere, un altro posto, un’altra cena…
Qualunque cosa, purché quello spazio non resti davvero vuoto e quel silenzio non rimanga davvero silenzio.
Trasformiamo il mese della pausa in un mese di fare diverso, ma pur sempre un fare.
Per tanto tempo ho pensato fosse solo un’abitudine. Oggi credo che sia qualcosa di più profondo.
Perché il vuoto ha una caratteristica che spesso dimentichiamo: **fa emergere.
**
Quando il rumore si abbassa, iniziamo a sentire.
Quando smettiamo di riempire, comincia a emergere ciò che il rumore teneva nascosto.
La stanchezza che non avevamo ascoltato.
Una domanda rimasta in sospeso.
Un’emozione a cui non abbiamo dato spazio.
Quella decisione che continuiamo a rimandare.
Forse quella sensazione sottile che qualcosa nella nostra vita non torna.
Oppure, semplicemente, la noia. E la noia, oggi, ci mette quasi paura.
Siamo così abituati a riempire ogni istante che restare senza fare nulla sembra una perdita di tempo.
Ed è proprio da qui che vorrei partire questo mese. E in particolare da una domanda: che cosa emerge quando smetti di riempire?
Quello che senti quando ti fermi non è un problema da risolvere, ma un’informazione da ascoltare.
Lo yoga inizia quando smettiamo di scappare
Lo yoga lo dice da tremila anni, con parole diverse: non esiste vera crescita senza ascolto.
E ascoltare non significa sistemare qualcosa. Significa restare, mentre qualcosa emerge, senza correre a coprirlo con un fare o una soluzione immediata.
La lentezza non ti dà pace. Ti dà accesso.
La pace, semmai, viene dopo.
Sul tappetino succede spesso la stessa cosa.
I primi minuti sembrano pieni di movimento.
Poi arriva il momento in cui anche il corpo rallenta. Il respiro si fa più ampio. E, quasi senza accorgercene, iniziamo a sentire cose che fino a poco prima erano rimaste sullo sfondo.
La pratica serve a creare spazio.
Spazio per ascoltare il corpo prima di correggerlo.
Per osservare il respiro prima di cambiarlo.
Per restare con quello che c’è, senza avere subito l’urgenza di trasformarlo.
È una delle cose più difficili che impariamo nello yoga, proprio perché siamo abituati a fare.
Lo yoga, invece, ci invita prima di tutto a stare.
E stare non significa rimanere immobili.
Significa non fuggire.
Restare qualche respiro in più.
Restare anche quando arriva l’irrequietezza.
Restare abbastanza a lungo da accorgerci che, spesso, quello che volevamo allontanare aveva solo bisogno di essere visto.
Un respiro può riportarti a casa
Quando la mente cerca di riempire quello spazio, c’è un alleato prezioso che uso spesso, dentro e fuori dal tappetino: l’olfatto.
L’olfatto ha qualcosa di speciale perchè non passa dalla parte più razionale della mente.
Arriva al corpo.
E il corpo, quasi sempre, sa ritrovare la strada prima della testa.
È per questo che, nei momenti in cui sento il bisogno di rallentare davvero, mi piace creare un piccolo rituale.
Una goccia di olio essenziale sui palmi delle mani.
Sfrego bene.
Chiudo gli occhi e faccio dei respiri lenti.
Nessun obiettivo.Solo il tempo di esserci.
In questi momenti scelgo spesso degli oli essenziali morbidi:
– La Lavanda, quando sento il bisogno di sciogliere le tensioni accumulate nel corpo-mente.
– L’Incenso, quando desidero che il respiro diventi più profondo.
– Il Cedro, quando ho bisogno di ritrovare stabilità.
Sono i piccoli rituali che, giorno dopo giorno, mi ricordano che non tutto deve essere riempito.
Io utilizzo quelli di Olfattiva perché ne amo la qualità e il rispetto con cui vengono creati.
Un piccolo esperimento per agosto
Vorrei lasciarti con una proposta.
Scegli cinque minuti. Solo cinque.
Lascia il telefono in un’altra stanza.
Siediti.
Respira.
Se ti va, accompagna questo momento con il profumo di un olio essenziale che ami.
E poi osserva.
Non cercare di rilassarti. Non cercare di meditare. Non cercare di svuotare la mente.
Chiediti soltanto: **Che cosa emerge quando smetto di riempire?
**
Forse arriverà la noia. Forse un pensiero. Forse un sorriso. Forse niente.
Qualunque cosa accada, prova a restare ancora un respiro.
Perché, a volte, il dono non è ciò che emerge. È il fatto di esserci rimasti abbastanza a lungo da poterlo incontrare.
Prima di salutarci ti lascio al mantra del mese:
**“Il vuoto non va riempito. Va abitato.”
**
Portalo con te per tutto agosto.
Sul tappetino e fuori.
Ti auguro un mese fatto di pause vere, silenzi che non fanno paura e spazi abbastanza grandi da lasciar emergere ciò che ha bisogno di essere ascoltato.
Infine, ho un piccolo quiz per te: CLICCA QUI PER ACCEDERE AL QUIZ
Un abbraccio,
Denise 🌸
Vuoi praticare?
Porta questa pratica sul tappetino
Tutti i corsi della scuola in un unico abbonamento, con nuove lezioni ogni settimana.
Entra in Yoga Academy