Dal cuore al dharma — Il cammino che ci riporta a casa
Approfondimento scritto da Isabella Levis, nuova insegnante di Hatha Vinyasa ispirato al Body Mind Flow. Ci sono momenti in cui, nonostante la frenesia della vita, il semplice gesto di fermarsi apre a
Approfondimento scritto da Isabella Levis, nuova insegnante di Hatha Vinyasa ispirato al Body Mind Flow.
Ci sono momenti in cui, nonostante la frenesia della vita, il semplice gesto di fermarsi apre all’ascolto di un richiamo che dimora dentro di noi.
Un impulso gentile, che ci invita a sentire qualcosa di più sottile, più profondo.
Una vibrazione intangibile, ma potente.
Il cuore.
Nella tradizione yogica, il cuore si esprime attraverso il quarto chakra “Anahata”, centro di
amore, compassione ed equilibrio.
Un ponte tra i chakra inferiori (corpo, istinto e individualità) e i chakra superiori (mente, intuizione e trascendenza). Situato al centro del petto, in corrispondenza del cuore fisico, è considerato il punto in cui corpo, mente e spirito si incontrano.
“Anahata” significa “suono infinito” oppure “non colpito”, poiché scaturisce naturalmente
dall’essenza dell’essere e rappresenta la vibrazione profonda dell’amore universale.
È considerato sede di purezza, dove non esiste alcun male.
È la dimora dell’anima, il luogo interiore in cui l’essere umano conserva la propria natura autentica.
A differenza delle emozioni impulsive, che nascono dalla mente o dall’ego, il cuore è lo spazio della compassione, dell’accettazione e della forza più potente di tutte: l’amore incondizionato.
Secondo le prime testimonianze circa la spiritualità, ogni essere vivente è dotato per natura da una forza vitale che si spinge ben oltre il corpo fisico, scorrendo quindi nel corpo sottile, energetico.
Parte di questa forza vitale passa attraverso i chakra, potenti centri energetici, menzionati per la prima volta all’interno dei Veda, i primi testi sacri sulla conoscenza spirituale.
Il termine “chakra” significa “centro” o “vortice”, parole che aiutano il lettore ad immaginarsi qualcosa di circolare, da cui tutto va e viene, all’infinito.
Benché non sia possibile vederli ad occhio nudo come entità fisiche, il sistema classico codifica 7 chakra
disposti lungo la colonna vertebrale dal coccige alla testa, ognuno dei quali ha il compito di accogliere l’energia vitale che scorre e trasforma, affinché l’individuo raggiunga uno stato di benessere.
Il cuore è quindi molto più di un semplice organo vitale, poiché non solo è sede delle emozioni più pure e incondizionate, ma è anche l’emblema della libertà di potersi unire a una volontà superiore.
Può essere percepito come custode dello spirito, poiché rappresenta un’area di profonda trasformazione energetica, dove si aprono le virtù più nobili e la capacità di donare e ricevere amore.
Secondo lo yoga, il cuore è il punto in cui la dimensione tangibile del corpo fisico incontra la profondità sottile della coscienza, dove l’esperienza individuale può aprirsi ad un principio più ampio attraverso la pratica e l’ascolto.
Il compito del chakra del cuore è dunque trasmettere all’individuo la bellezza di tutto ciò che esiste: unire attraverso il semplice atto di amare.
Parlare del cuore significa dunque esplorare un territorio in cui anatomia, energia e consapevolezza si intersecano, rivelando un cammino di integrazione verso la direzione autentica della nostra esistenza.
Il cuore fisico, con il suo ritmo costante, rappresenta la nostra appartenenza alla vita materiale.
Ogni battito testimonia la nostra relazione tra spazio interno ed esterno.
Nella pratica dello yoga, ascoltare il cuore significa prima di tutto radicarsi nella presenza corporea: percepire il torace che espande e addensa ogni cellula del nostro organismo, la pulsazione che risponde ai movimenti, la calma che emerge con il respiro lungo e profondo. In questo primo atto di consapevolezza, restare in ascolto, essere nel qui e ora ci riporta alla realtà concreta del corpo fisico, come una porta d’accesso a un’esperienza superiore.
Accanto al cuore fisico vi è poi lo spazio del cuore: non un luogo anatomico, ma un
centro di percezione.
È lo spazio in cui la mente si placa e la qualità dell’essere diventa più sottile. Nel silenzio della meditazione, questo spazio si manifesta come un’ampiezza interna, una zona di quiete in cui si attenuano le identificazioni abituali, le etichette.
È il momento in cui anche le emozioni, luminose o oscure che siano, possono essere accolte
e lasciate fluire, senza per forza definirne l’identità.
Quando la pratica di asana, pranayama e meditazione si approfondisce, l’attenzione allo spazio del cuore cuore permette di riconoscere come le tensioni fisiche, emotive e mentali siano manifestazioni di un’unica corrente interiore.
Nella pratica al tappetino ci sono alcune asana che permettono di lavorare sull’apertura del cuore e del petto, per migliorare la postura, sciogliendo collo e spalle, ma soprattutto per favorire maggiore fiducia nei confronti del nostro corpo e stimolare il benessere emotivo, verso una vita più gioiosa e compassionevole.
Esplorare asana come il Cobra (Bhujangasana), il Ponte (Setu Bandhasana) o il Pesce (Matsyasana) è un esempio concreto di come sperimentare le sensazioni e benefici descritti.
Tuttavia, spesso la vita presenta sfumature alquanto discutibili e questo talvolta ci porta ben distanti dal mantenere l’equilibrio desiderato.
È grazie alla pratica dello yoga, dentro e fuori il tappetino, che abbiamo la possibilità di ambire ogni giorno a quello stato di benessere, esplorando l’unione armonica tra corpo, mente e spirito.
Così il praticante può imparare a osservare senza giudizio, capire che le sensazioni del petto, la dolcezza del respiro o la contrazione emotiva non sono ostacoli, ma porte d’accesso. La consapevolezza del cuore trasforma il corpo fisico e lo spazio esterno in un campo di ascolto e il corpo sottile in un flusso di presenza.
Quando queste dimensioni dialogano, nasce un senso di unità che è il primo passo verso una comprensione più ampia della propria natura.
È a partire da questo scambio che si può comprendere il dharma.
Secondo lo yoga questo termine ha diversi significati: “legge cosmica e naturale” o “il modo in cui le cose sono”.
Nella tradizione yogica il dharma non è un dovere imposto dall’esterno: è la direzione interiore che ciascuno può riconoscere quando smette di identificarsi con le paure, le aspettative o i condizionamenti.
Il cuore, come spazio di pura verità, è il luogo in cui questa direzione si rivela.
Nel silenzio del cuore si percepisce quale sia la qualità d’azione che porta armonia anziché conflitto, autenticità anziché sforzo, connessione invece di separazione.
Comprendere il dharma non è un atto mentale, ma un’esperienza che nasce dal sentirsi
allineati. Quando il corpo fisico è radicato e il corpo sottile è fluido, il cuore diventa trasparente e immediatamente ci è chiara la via. In questa trasparenza emergono intuizioni che non sono pensieri, ma percezioni profonde: ciò che davvero ci fa crescere, ciò che possiamo offrire, ciò che non è più necessario trattenere.
La pratica dello yoga, vista in questa prospettiva, è un cammino per purificare la percezione del cuore fino a permettergli di rivelare spontaneamente il proprio dharma e concedersi alla propria natura.
Il passaggio dal cuore fisico allo spazio interiore, dal corpo sottile alla comprensione del dharma, non è lineare ma circolare: ogni volta si ritorna al corpo, al respiro, alla presenza.
Ogni volta si ascolta il cuore in un modo nuovo e ogni volta la comprensione del proprio dharma si affina, diventando meno concettuale e più incarnata.
In questo modo la pratica diventa un percorso di radicamento nella verità del proprio essere.
Così lo yoga ci insegna che il cuore non è un punto da raggiungere, ma una dimora da abitare. Il dharma non è un’idea astratta, ma il naturale battito del nostro vivere, attraverso un cammino di autenticità e devozione.
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