Yoga Academy

Cosa mi ha insegnato lo yoga sui limiti

Nei giorni in cui esco a correre e non ho molta voglia, mi capita di partire con una specie di patto silenzioso con me stessa: "Oggi non ho tanto tempo, faccio due chilometri e poi torno". Sembra ragi

·4 min di lettura

Nei giorni in cui esco a correre e non ho molta voglia, mi capita di partire con una specie di patto silenzioso con me stessa: _“Oggi non ho tanto tempo, faccio due chilometri e poi torno”.
_
Sembra ragionevole, persino saggio: una promessa fatta in buona fede al corpo che non vuole strafare.

E invece succede una cosa curiosa.

Arrivo al punto in cui avevo pensato di tornare indietro, e continuo.

Il respiro si è regolarizzato. Le gambe hanno trovato il loro ritmo. La mente si è rilassata.
E senza accorgermene finisco per percorrere il doppio, il triplo della distanza che avevo immaginato.

Ogni volta che succede penso che se mi fossi fermata al punto che avevo stabilito prima di partire, non sarei stata davvero stanca. La stanchezza sarebbe esistita solo nella mia testa.

Non sarebbe stato il corpo a fermarmi. Sarei stata io a decidere, in anticipo, che non potevo.

La trappola del limite anticipato

Questa abitudine di imporci dei confini prima ancora di metterci alla prova è profondamente umana e nasce da meccanismi che hanno la funzione di proteggerci, ma che spesso finiscono per proteggerci anche da noi stessi.

E lo facciamo ovunque, in ogni ambito della vita.

Lo facciamo sul tappetino: “Quella posizione non fa per me”.
Lo facciamo al lavoro: “Non sono brava in queste cose”.
Lo facciamo nella vita: “Alla mia età, ormai, certe cose…”

Ma il punto non è essere incapaci di qualcosa. Il punto è aver deciso di esserlo.

E c’è una bella differenza.

Quello che lo yoga mi ha insegnato sui limiti

Per anni, da atleta, ho avuto un rapporto strano con il concetto di limite. Spingere, superare, andare oltre. Era questa la normalità.

Lo yoga me ne ha insegnato un altro.

Sul tappetino ho scoperto che il limite non è un muro, e non è un muro da scalare e superare a tutti i costi. È un confine mobile, vivo, che cambia da un giorno all’altro, da un respiro all’altro.

C’è un giorno in cui il corpo funziona che è una meraviglia, e un altro in cui la stessa pratica mi sembra impossibile.

Niente di sbagliato in tutto questo. È semplicemente il corpo che parla.

Lo yoga mi ha insegnato che il corpo possiede un’intelligenza tutta sua. Sa quando può andare un po’ oltre e quando ha bisogno di restare.

E se imparo ad ascoltarlo, smetto di essere io a decidere per lui, senza chiedergli prima. Smetto di sottovalutarlo. E smetto anche di sopravvalutarlo.

“La posizione inizia quando vorresti uscirne”

Questa frase di B. K. S. Iyengar, uno dei maestri che hanno portato lo yoga in Occidente, ribalta qualcosa che diamo quasi sempre per scontato. Per questo, secondo me, dovrebbe accompagnarci come un piccolo promemoria ogni volta che pratichiamo.

Pensiamo che il limite sia il punto di arrivo. Iyengar dice che è il punto di partenza.

Quando sei in una posizione e dentro di te qualcosa dice basta, esci, quel momento non è la fine della pratica. È dove la pratica vera comincia.

Non perché tu debba sforzarti oltre, stringere i denti, dimostrare qualcosa. Ma perché è proprio lì, in quel confine sottile, che incontri davvero te stesso: le tue resistenze, le tue paure, le storie automatiche che ti racconti.

E succede dentro e fuori dal tappetino.

Nel momento in cui senti l’impulso di mollare, se invece resti — anche solo per un respiro in più, per un istante in più di ascolto — a volte potresti accorgerti che quel limite non era reale, era solo nella tua testa.

Non si tratta di forzare. Si tratta di restare un attimo a guardare quello che succede, prima di decidere.

L’arte sta proprio in quel sottile passaggio dove la crescita accade senza che ci sia bisogno di farsi del male.

Non dovrebbe esserci né prudenza eccessiva, e nemmeno temerarietà.
È un terzo modo, più intelligente, di stare con se stessi.

Ai miei studenti consiglio spesso di fare così: se riesci a stare in una postura, resta qualche secondo in più. Se ti senti stabile, prova ad esplorarla più a fondo. Se perdi il controllo o il respiro, torna indietro.

Ma non firmare in anticipo il contratto con i tuoi limiti.

La crescita arriva da una leggera espansione. Quasi impercettibile. Un respiro più profondo del solito. Una posizione tenuta qualche secondo in più.

Sono questi i mattoncini su cui si costruisce. E si sommano in modi che non riusciamo a vedere mentre li mettiamo, ma che si fanno vedere col tempo.

Una domanda prima di chiudere

I tuoi limiti non sono di pietra. Sono morbidi, mobili, spesso autoimposti. E spesso più gentili di quanto sembrino, perché ti chiedono solo di essere riconosciuti, non di essere forzati.

Quindi, la prossima volta che senti la voce che ti dice “basta così”, prova a fermarti un momento e a chiederti: è il mio corpo a parlare, o è solo un’attitudine mentale?

Nella maggior parte dei casi, scoprirai che potresti ancora andare un po’ più in là. Con dolcezza.
Ed è proprio in quel piccolo passo, appena oltre ciò che avevi previsto, che qualcosa comincia davvero a cambiare.

Vuoi praticare?

Porta questa pratica sul tappetino

Tutti i corsi della scuola in un unico abbonamento, con nuove lezioni ogni settimana.

Entra in Yoga Academy

Continua a leggere